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Chi è veramente Shia LaBeouf, l’attore dal multiforme ingegno artistico

Shia LaBeouf non è semplicemente un bravo attore, ma un artista a 360 gradi, spesso oggetto di controversie

Daniele Biaggi

Non è semplice inquadrare un personaggio come Shia LaBeouf. Se i suoi successi al botteghino in blockbuster e produzioni milionarie sono universalmente riconosciuti, non altrettanto celebri si possono definire alcuni progetti portati avanti negli ultimi tempi. Recentemente, la ricerca e il coinvolgimento in iniziative che non fossero meramente recitative, ma artistiche – nell’accezione più generale del termine – hanno avuto la priorità sulla sua carriera cinematografica. 

Incappare anche solo casualmente in una pellicola che lo vede tra i protagonisti è molto più semplice di ciò che si possa pensare: Charlie’s Angels più che mai (l’iconica versione con Cameron Diaz, Lucy Liu e Drew Barrymore), Io, Robot, la trilogia di Transformers, Bobby, Guida per riconoscere i tuoi santi, il reboot di Indiana Jones – in cui ha interpretato il figlio del celebre archeologo – e quello di Wall Street, il denaro non dorme mai, fino all’ultima esperienza di spessore nel 2013, quando prese parte ai 2 capitoli di Nymphomaniac, opera visionaria firmata Lars Von Trier.

Da quel momento è balzato agli onori delle cronache, ma non certo per i numeri ottenuti al botteghino.

Qualcosa del multiforme ingegno artistico di LaBeouf s’intravide già anni fa, quando, nel 2012, insieme alla modella Denna Thomsen, diede prova di una spiccata sensibilità interpretativa nel video Fjögur píanó dei Sigur Ros. Un capolavoro, nel suo genere. 

Qualcosa di simile è avvenuto poi nel 2015: LaBeouf è il protagonista del secondo successo mondiale di Sia, Elastic Heart, in cui balla con la giovanissima ballerina Maddie Ziegler, suscitando polemiche per l’eccessiva differenza di età tra i due interpreti.

La clip è meno concettuale, certamente più pop, ma non per questo meno riuscita. Ancora una volta LaBeouf dimostra di sapersi misurare, oltre che con la recitazione, pure in performance che rappresentano un connubio tra musica, danza e cinema.

Proprio il 2015 è l’anno clou di questa esperienza artistica trasversale e totalizzante che lo proietta nel circuito dell’art performance: a novembre decide di chiudersi per 3 giorni all’interno dell’Angelica Film Center di New York per riguardare tutta la sua filmografia, ininterrottamente, in ordine cronologico inverso per 3 giorni. La performance viene ripresa e il viso di Shia trasmesso in diretta streaming da Newhige.com.
#ALLMYMOVIES, questo il titolo e l’hashtag della performance estrema, ottiene un successo inaspettato. 

TheVerge, in un articolo uscito in quel periodo, la definì una «social-media-ready art installation», ma furono tanti i media che si occuparono del caso meta-artistico: guardare Shia LaBeouf che guarda Shia LaBeuf come esperienza artistico-vouyeristica.

Sempre al 2015 risale una seconda iniziativa dal titolo #TOUCHMYSOUL: all’interno di una galleria d’arte di Liverpool venne creato una sorta di call center. Chiunque poteva chiamare un numero prestabilito per “toccare l’anima di LaBeouf” e di altri 2 artisti – Ronkko e Turner. La performance durò 4 giorni consecutivi, dalle 11 del mattino alle 18 del pomeriggio e i 3 ricevettero 1089 chiamate. Qui potete vedere un breve riassunto:

Un attore hollywoodiano che si lancia nel mondo dell’arte performativa tralasciando la propria carriera recitativa è già di per sé una notizia; non solo, lo fa grazie a performance dal grande richiamo mediatico che – prevedibilmente – attirano l’attenzione dei social network e provocano una reazione all’interno dello stesso ambiente artistico, che si vede messo in discussione da qualcuno che, apparentemente, gli è estraneo. Le reazioni avverse, esattamente come quelle entusiaste, non tardano ad arrivare.

Una performance simile fu proposta anche nel 2016, quando sempre in compagnia dei suoi collaboratori, LaBeouf decise di passare 24 ore all’interno di un ascensore dell’Università di Oxford dando la possibilità a chiunque volesse di presentarsi e mettersi a parlare con lui. #ELEVETE, questo il nome della performance, venne ancora una volta mandata in streaming, in questo caso su Youtube. 

Anche questa volta l’iniziativa sembra solo un tentativo di attirare l’attenzione, o almeno così viene letto dai detrattori. Ma non è forse tutta l’arte un tentativo di attirare l’attenzione? Quello di cui però s’inizia a prendere atto, è che non si può considerare solo un mero capriccio mediatico. LaBeouf è diventato, piaccia o no, un performer a 360 gradi.

L’ultima iniziativa in ordine cronologico, sicuramente quella che ha fatto più discutere, risale al 20 gennaio 2017, giorno d’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Si trattò di una performance di protesta dal titolo “He will not divide us” e consisteva nell’esprimere dissenso pronunciando quante più volte possibile questa frase di fronte a una telecamera posta su un muro del Museum of Moving Image di New York. Passarono da quelle parti alcune celebrità, tra cui Jaden Smith, e anche questa volta l’intera esibizione venne trasmessa in diretta streaming sul sito hewillnotdevideus.com, suscitando reazioni ironiche e scatenato i troll, anche nell’ambiente cinematografico:

Appena cinque giorni dopo, il 25 gennaio, LaBeouf venne arrestato per presunte violenze nei confronti di passanti durante le proteste contro il neoeletto presidente. Tutta la biografia dell’attore è in realtà costellata di episodi di violenza e arresti: il primo avvenne nel 2007 a Chicago, quando si rifiutò di abbandonare un grande magazzino. Poi di nuovo nel 2011, nel 2014, nel 2015, anno in cui, oltre all’avvenimento già citato, venne fermato nuovamente a giugno per comportamento molesto e guida in stato di ebbrezza.

Una figura sfaccettata e inquieta, estremamente umana, tesa all’esibizionismo e alla sregolatezza. Per inquadrarlo ancora meglio, basti pensare che quando il regista Lars Von Trier gli chiese una foto del suo pene per affidargli il ruolo in Nymphomaniac, leggenda vuole che LaBeuf gli abbia inviato un filmato che vedeva lui e la sua fidanzata avere un rapporto sessuale. Sicuramente la timidezza non è mai stata una sua caratteristica predominante.

Chi è quindi Shia LaBeouf? Diciamo la verità: non avesse in curriculum le esperienze artistiche e le performance, ma solo i film e le controversie che l’hanno tristemente visto protagonista, l’intero sistema e noi inclusi lo considererebbe solo l’ennesima stellina hollywoodiana sopraffatta dalla fama e in totale delirio di onnipotenza. Sono troppi infatti gli episodi di violenza che lo riguardano per credere che non sia un individuo incline a certi atteggiamenti. Ma Shia LaBeouf non è un Russel Crowe: l’aura di artista e intellettuale lo ha sempre tenuto distante da un’etichetta che avrebbe non solo minato la sua carriera, ma anche la sua immagine, continuamente tenuta a galla da iniziative che mostrano una certa sensibilità, ma che non possono celare un animo inquieto e non sempre affabile.

Shia è, certamente, un artista dal multiforme ingegno, e può vantare interessi e competenze che tanti colleghi non possono annoverare. Detto ciò, è importante, ancor di più in questi casi, distinguere tra persona e personaggio, tra uomo e artista, tra luci e ombre.

Credit immagine di copertina: Getty Images

Daniele Biaggi

Giornalista freelance e media content creator