8 marzo

Tutte le parole prima di "donna"

Una riflessione personale sul modo che abbiamo di raccontarci e raccontare i nostri ruoli, e su come questo influenza la nostra percezione della realtà

Andrea Perticaroli

L’8 marzo: la Giornata Internazionale delle Donne o meglio ancora, una ricorrenza delle donne grazie ad altre donne. Ci si dimentica troppo spesso della conquista di una giornata di manifestazione ed elogio per tutte coloro che, da tempo immemore, hanno dovuto far fronte—e fanno fronte, oggi—a discriminazioni e violenze.
E sottolineo oggi: perché se fossimo stati tutti noi, da sempre, prima persone anziché uomini & donne, forse non ci sarebbe stato il bisogno di valorizzare la tenacia, il coraggio e l’amor proprio di tutte quelle donne che hanno combattuto e che stanno ancora combattendo.

Io, ad esempio, sono un uomo e può sembrare un po' fuori luogo che mi metta a parlar di “una cosa da donne e per le donne”.
Quando ero piccolo, le cose funzionavano così: visto che ero maschio giocavo coi maschi, mentre le femmine con le femmine. Non sembrava che ci fossero altre opzioni: come se fosse una regola, una cosa decisa così da sempre. Ricordo un Natale in cui a mia cugina regalarono un ferro da stiro ed un kit per lavare il pavimento: la classica accozzaglia di plastica scadente e limitante tanto quanto il cliché della femminuccia per forza interessata, sin da piccola, all'arte della massaia.

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Forse avevo diciassette anni quando mio padre mi diede i primi preservativi. Mai nessuno ha pensato di frenarmi dal frequentare diverse persone, anche a distanza ridotta. Era forse l'apprendistato del maschio alfa: quello che viene invitato a valutarsi in base al numero di volte in cui copula.
Nessuno mi ha mai giudicato come un poco di buono per aver avuto diverse relazioni, alcune brevissime e solo carnali; tanto meno sono stato bollato come uno sfigato quando ho preso l'iniziativa per un bacio, per carezza. Nessuno demonizza il mio piacere sessuale, nessuno stigmatizza le mie scelte sentimentali. Nessuno mi controlla i vestiti né la maniera con cui mi porgo al mondo: il palco è già mio per partito preso, per definizione, per diritto.
Mai, mai mi hanno suggerito (ripetutamente) che dovessi valorizzarmi o farmi portare rispetto: il rispetto, i maschi ce l'hanno già di default.

Non sono mai stato seguito di notte da un'auto che si fa sempre più vicina, né ho avuto mai paura di prendere i mezzi pubblici. Qualora io dovessi mai essere vittima di una violenza sicuramente nessuno penserebbe al modo in cui ero vestito, al modo in cui ho guardato, battuto le ciglia, sistemato i capelli. Di che lunghezza fossero le maniche della mia felpa. O meglio ancora: a nessuno verrebbe mai in mente di dirmi che me la sono cercata.

Non sarei mai io l'inadeguato, lo sbagliato, la vittima che meritava il proprio carnefice. Se dovessi ricevere una promozione al lavoro, i miei amici non si sognerebbero mai di dirmi che l'ho avuta grazie a dei favori sottobanco: crederebbero nelle mie capacità, nel mio valore in quanto persona.

Non mi hanno mai detto nulla riguardo la lunghezza dei miei capelli, né mi direbbero qualcosa se non mi depilassi o non pulissi la cucina dopo aver cucinato: perché i maschi son grezzi, i maschi son così e che ci possiamo fare?  "Boys will be boys" dicono in inglese. 
I maschi non piangono, i maschi no e le femmine sì. I maschi. Le femmine.

E quante parole ancora non servono a noi maschi per poter vivere una vita senza la paura spasmodica di essere sottovalutati, derisi, creduti deboli. Perché forse, in realtà, prima e solamente della parola "donna" c’è: se stessa. E tutte quelle che vengono dopo dovrebbero essere, più che parole, sentimenti.
Quante volte, ancora, quando diciamo "uomo" visualizziamo  un padre di famiglia, magari imprenditore, che la sera torna a casa da una moglie e una tavola imbandita? Quante volte lo associamo al calcetto e non, magari,  all'attività di fare il bucato la sera dopo il lavoro? Quante volte diciamo "donna" e la associamo alla casa, alle faccende, alla cosmesi, a portar a scuola i figli o al sogno di una lavatrice per il proprio compleanno?

Forse, come diceva Hemingway ne Il vecchio e il mare, "Non lo disse ad alta voce perché sapeva che a dirle, le cose belle non succedono." Io invece mi sento di dirla una cosa bella sperando che succeda, prendendo in prestito le parole di Herman Hesse, "La vera vocazione di ognuno è una sola, quella di conoscere sé stessi."
E anche quella di riconoscere gli altri.
Prima di tutte le parole possibili.

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Andrea Perticaroli

«Parto già sconfitto, ma almeno ho il soffritto».