amore social

È necessario andare sui social per innamorarsi?

Nel nuovo libro di Marco Presta una giovane donna accende la radio e s’innamora di una voce: è il simbolo delle relazioni attuali, in cui si rifugge per scelta il contatto?

Chiara Monateri

Il nuovo romanzo di Marco Presta, Accendimi, racconta una storia d’amore con tono ironico da commedia tra la pasticcera Caterina e Antonio, che non è un uomo in carne e ossa ma la “voce” che parla alla radio, che piano piano inizia a rivolgersi direttamente a Caterina, facendola innamorare di lui. La storia, paradossale, trascina il lettore in modo fluido nell’intreccio tragicomico, evidenziando il dubbio persistente che forse viviamo in un’epoca in cui nessuno riesce più a trovare, a “fabbricare” una vera felicità relazionale, e che di conseguenza tutti si rivolgono esausti ad altro, nel nostro caso specifico al web e alle App.

Abbiamo quindi deciso di fare una chiacchierata semiseria con Marco Presta per capire meglio il punto di vista che sta dietro alla storia.

Quando spense la radio, Caterina pensò che Antonio era l’uomo perfetto, e infatti probabilmente non esisteva

Curiosità personale: perché hai scelto una pasticcera che fa dolci che esprimono uno stato d’animo? L’hai pensata come un personaggio da favola alla Amélie Poulain, oppure ritieni che il romanticismo sia necessario?
«Il romanzo è stato pensato come una commedia che parte da questo assunto: l’uomo perfetto non esiste: noi uomini diventiamo perfetti non esistendo. Oltre a questo nella storia ci potete trovare la modica quantità di romanticismo necessario di cui abbiamo bisogno per affrontare il tipo di vita che c’è adesso».

Quindi dobbiamo sognare di più?
«Credo che il romanticismo sia una chiave di sopravvivenza nella contemporaneità: è un bisogno necessario. Come l’ironia. C’è così poco romanticismo in giro che spesso il termine viene percepito in maniera confusa e superficiale e viene addirittura frainteso col “buonismo”… Quindi è chiaro che bisogna mantenerlo vivo in qualche modo».

Le relazioni nel tuo romanzo sono tutte “scoppiate”: la vita vera quindi fa un po’ schifo?
«La vita vera fa un po’ schifo, ma questo è anche ciò che la rende sublime. Sarebbe comodo ricevere il manuale delle istruzioni alla nascita e sapere come funziona ogni cosa e come comportarci ogni volta che dobbiamo agire o che dobbiamo scegliere, ma non è così. Proprio per questo la vita è così forte e affascinante con tutti i suoi contrasti e i suoi devastanti alti e bassi, perché non è un pezzo di qualcosa da montare, ma è davvero il tutto con tutti i suoi meravigliosi imprevisti».

Qual è allora il vero arbitrio?
«Privilegiare un aspetto o un altro: abbiamo già tutto quello che ci serve».

Come possiamo gestire le relazioni dove non stiamo più bene?
«Col coraggio: bisogna avere il coraggio di lasciare la persona con cui non vogliamo più stare insieme. E – monito fermo, ma indispensabile – NO ai gesti inconsulti come sposarsi. Sposarsi è come la droga: e dalla droga bisogna uscirne prima che faccia danni. All’inizio ti affascina, è piena di lati oscuri, ti dà alla testa. Poi capisci che dovevi solo prevenire». 

C’era un concetto del tutto sconosciuto a Gianfranco: siamo sostituibili. In amore, nel lavoro, tra gli amici, dopo un periodo di sgomento e dispiacere, tutti veniamo inevitabilmente rimpiazzati

Siamo davvero tutti rimpiazzabili?
«Certamente, per quanto ci illudiamo di essere dei pezzi da museo verremo sempre rimpiazzati. Abbiamo rimpiazzato Walter Chiari e Gigi Riva. L’umanità è così».

A volte, anche le parole di uno sconosciuto possono essere d’aiuto. […] «Mi fa tanta compagnia», specificava Caterina, la stessa funzione di un cane ma senza la seccatura di portarlo fuori a fare pipí

Nel tuo romanzo il mezzo chiave è la radio, che però ha la stessa funzione che solitamente attribuiamo ai social: che rapporto hai con questi canali?
«Coi social sto cercando di superare il mio atteggiamento medieval/feudale per capire il mondo dei miei figli. Credo possano essere uno strumento meraviglioso e pieno di potenzialità sotto mille aspetti, l’unico rischio è ritenere che riescano a sostituire i rapporti veri, che sono insostituibili. I social sono come un mega citofono, che però spesso poi non viene usato come si dovrebbe: nella realtà qualcuno ti citofona e ti chiede se ti va di uscire a prendere un gelato. Sui social si può dire di tutto, ma al contempo è possibile che niente diventi poi reale, palpabile, consistente, e spesso ciò che sembra romanticismo può andare in fumo ancora prima di un vero incontro».

… Non stava né bene né male. Una condizione molto diffusa, se ci fate caso

Perché secondo te siamo ridotti così?
«Potremmo anche essere ridotti peggio! Stavamo barcollando a livello storico e sociale nel dopoguerra: poi ci siamo annacquati. Siamo diventati più superficiali. Da quel momento qualcosa è iniziato a cambiare in maniera subdola. Abbiamo cominciato a rimbambirci davanti alla tv e da lì abbiamo perseverato con tutti i media derivati, senza più cercare la cultura».

Ed ora dove ci troviamo?
«A uno stop cerebrale. Che deriva principalmente nel nostro paese dalla classe politica che è incredibilmente rozza. Un tempo anche i ladri si presentavano in modo più romantico, nei modi, negli atteggiamenti, chessò, col coraggio di affrontare un congiuntivo».

Cos’è che ci ha portato a non essere più un “popolo da piazza”?
«Ormai siamo un popolo di smartphone. Stiamo vivendo una ri-lobotomizzazione per nostra scelta. A volte sembra divertente pensare la realtà, ma è meglio provarla: fidatevi che è più bella e dà più soddisfazione».

Previsioni?
«Tra un po’ faremo l’ecografia live su Facebook, perché pubblicare le foto non basterà più. Il problema credo non siano tanto “i fenomeni” da social, ma quelli che li seguono e che mettono like. Il vuoto pneumatico è al potere e io piglio tutti questi fenomeni per il c*** a più non posso» (Marco presenta assieme ad Antonello Dose Il Ruggito del Coniglio, in onda su Radio2 tutte le mattine ndr).

Come si crea qualcosa di diverso fuori dall’omologazione da social?
«Io anche su Facebook cerco di proporre sempre opere artigianali. Ora sembra che vada più il pacco rispetto al contenuto: evitate di seguire i fotoromanzi da Instagram! Mi sento una vecchia bacchettona a dire queste cose, o forse dirle è invece solo sintomo di buon senso, che è il motore delle rivoluzioni… Perché sì, ci sono molte più cose interessanti dell’assistere all’ecografia di un’estranea».

Cosa pensi degli Sneet, i single né fidanzati né a caccia?
«Sono libertario e non ho un parere a riguardo, ma lo capirei come fenomeno solo se associato o derivante da un serio problema personale. L’atarassia portata avanti come scelta non funziona».

E cosa pensi invece di Sarahah?
«Voyeurismo? Mafia? Psicopatologie? Mi vengono in mente solo categorie non frequentabili, di quelle che spero mia figlia non frequenti mai, per intenderci».

… E delle app di dating?
«Pensa al lavoro: chi ti assume non lo fa tramite una foto. Tinder è il modo per sveltire le pratiche. Secondo me la vecchia maniera di conoscersi è migliore, anche perché queste App sono un po’ una roba agonistica: sei influenzato da tutto quello che vedi, senti, leggi. È una costruzione fasulla: se arrivi ad incontrare qualcuno dal vivo, sarai completamente influenzato da quello che hai immaginato e dalle aspettative (che sono sempre troppo alte). A parte gli scherzi, non giudico le App e chi le usa, sono solo un aspetto della vita contemporanea, ma per quanti bisogni sembrino soddisfare, non sono tutta la vita: ecco, questa è la verità».

Chiara Monateri

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